QUANDO LA TERRA BRUCIA

Sotto i nostri piedi, a decine di chilometri di profondità, c’è un oceano di roccia fusa. Si chiama astenosfera, e si muove lentamente, costantemente, inesorabilmente. Nei punti dove la crosta terrestre è più sottile, dove le placche tettoniche si scontrano o si separano, quella roccia fusa trova una via verso la superficie. Quando la trova, nasce un vulcano. E quando il vulcano decide di parlare, non chiede il permesso a nessuno.

Ci sono circa 1.500 vulcani attivi nel mondo. Di questi, circa 500 hanno eruttato nell’arco della storia umana. In questo momento, circa 50 sono in attività. Ogni anno si verificano tra le 50 e le 70 eruzioni significative, la maggior parte delle quali avviene in luoghi remoti o sott’acqua, lontana dagli occhi del mondo. Ma quando un vulcano attivo si trova vicino a una città — come il Vesuvio sopra Napoli, come il Merapi in Indonesia a pochi chilometri da Yogyakarta, come il Rainier nello stato di Washington — allora ogni segnale conta. Ogni piccola scossa, ogni fumarola, ogni variazione nella temperatura delle acque superficiali può essere il preludio a qualcosa di enorme.

L’Italia è uno dei paesi vulcanicamente più attivi d’Europa. Il Vesuvio, ancora quiescente ma non estinto, sovrasta una delle aree metropolitane più densamente popolate del continente: oltre tre milioni di persone vivono nella zona rossa e gialla dei piani di evacuazione. L’Etna, il vulcano più alto e più attivo d’Europa, erutta in media ogni anno. I Campi Flegrei, a ovest di Napoli, sono un supervulcano che nella storia geologica recente ha prodotto eruzioni catastrofiche e che oggi mostra segnali di bradisismo — il lento sollevarsi del suolo causato dal magma in movimento — monitorati 24 ore su 24 dall’INGV. Capire come funzionano le eruzioni vulcaniche non è curiosità accademica. In questo paese, è sopravvivenza.


Cosa produce un’eruzione: i pericoli reali

Un’eruzione vulcanica non è un singolo evento: è un insieme di fenomeni distinti, ciascuno con le proprie caratteristiche di velocità, temperatura e raggio di pericolosità. Conoscerli è il primo passo per capire come comportarsi.

La lava è il fenomeno più iconico e, paradossalmente, quello meno letale nella maggior parte delle eruzioni. I flussi lavici si muovono lentamente — da pochi metri all’ora a qualche chilometro all’ora nel caso di lave basaltiche molto fluide — e nella grande maggioranza dei casi danno tempo sufficiente per evacuare. Distruggono tutto ciò che incontrano, ma raramente uccidono chi è in grado di muoversi. Le eccezioni esistono: le lave hawaiane particolarmente fluide possono accelerare notevolmente in pendio, e le “lava tubes” — gallerie sotterranee attraverso cui la lava scorre coperta — possono sfociare in modo imprevedibile.

I flussi piroclastici sono il pericolo più letale associato alle eruzioni esplosive. Sono nubi ardenti di gas, cenere e frammenti rocciosi incandescenti che scendono dai fianchi del vulcano a velocità comprese tra 100 e 700 km/h, con temperature interne che vanno dai 300 ai 1.000°C. Non c’è edificio che regga, non c’è veicolo che scappi, non c’è protezione che tenga. Un flusso piroclastico uccide istantaneamente chiunque raggiunga — per ustioni, per trauma da pressione, per asfissia. È questo che uccise i 2.000 abitanti di Pompei in pochi minuti nel 79 d.C. È questo che uccise 29 persone nel 1902 a Saint-Pierre, nella Martinica, quando il Monte Pelée eruttò: in un solo istante, una città di 28.000 persone sparì. L’unico sopravvissuto nella zona di impatto diretto fu un prigioniero rinchiuso in una cella sotterranea, Auguste Cyparis, che sopravvisse con gravi ustioni e divenne poi una celebrità internazionale lavorando nel circo di Barnum & Bailey come “l’uomo che sopravvisse alla fine del mondo”.

I lahar sono colate di fango vulcanico — miscele di cenere, rocce, detriti e acqua che scendono dalle pendici del vulcano con la consistenza del cemento fresco e la velocità di un fiume in piena. Si formano quando l’acqua — pioggia, neve, ghiaccio del calotta sommitale — si mescola con i materiali vulcanici depositati sui fianchi. Possono formarsi durante l’eruzione o anche molto tempo dopo, ogni volta che piove su pendici coperte di cenere. La loro caratteristica più insidiosa è la capacità di percorrere decine, a volte centinaia di chilometri lungo le valli fluviali, raggiungendo zone apparentemente lontane dal vulcano e del tutto al sicuro. Sono stati i lahar, non la lava, a uccidere oltre 23.000 persone ad Armero, Colombia, nel 1985 — una città che si trovava a 50 chilometri dal Nevado del Ruiz.

La cenere vulcanica è forse il pericolo più diffuso e più sottovalutato. Non è cenere come quella di un camino: è roccia polverizzata, con bordi acuminati microscopici che lacerare i polmoni se inalata in quantità. Pochi centimetri di cenere bagnata possono far cedere un tetto — la cenere vulcanica pesa circa 1.000 kg per metro cubo quando satura d’acqua. Blocca i motori, rende scivolosissime le strade, contamina le falde acquifere, distrugge i raccolti, uccide il bestiame. L’eruzione del Pinatubo nel 1991 depositò cenere su un’area di 7.500 km². L’eruzione dell’Eyjafjallajökull islandese nel 2010 — relativamente modesta — bloccò il traffico aereo europeo per sei giorni, causando perdite per miliardi di euro.

I gas vulcanici — anidride solforosa, acido cloridrico, acido fluoridrico, monossido di carbonio, anidride carbonica — vengono emessi costantemente dai vulcani attivi e in quantità enormi durante le eruzioni. Sono tossici, corrosivi, e in alcuni casi mortali anche a distanze considerevoli dal cratere. Il biossido di zolfo (SO₂) si combina con l’umidità atmosferica per formare acido solforico: piogge acide che devastano la vegetazione e i raccolti per centinaia di chilometri. Il CO₂, più pesante dell’aria, può accumularsi nelle depressioni del terreno e nelle cavità in concentrazioni letali.


La scala dell’esplosività: misurare l’incommensurabile

Le eruzioni vulcaniche vengono classificate secondo l’Indice di Esplosività Vulcanica (VEI), una scala logaritmica da 0 a 8 che misura il volume di materiale espulso e la quota raggiunta dalla colonna eruttiva.

VEIVolume espulsoColonna eruttivaEsempi storici
0–1< 0,0001 km³< 1 kmStromboli (continuo), Kilauea
2–30,001–0,1 km³1–15 kmEtna 2001, Eyjafjallajökull 2010
40,1–1 km³15–25 kmUragano Maria su vulcani minori, Vulcano 1888
51–10 km³25–35 kmMonte Sant’Elena 1980, Vesuvio 79 d.C.
610–100 km³35–50 kmPinatubo 1991, Krakatoa 1883
7100–1.000 km³> 50 kmTambora 1815, Santorini ~1600 a.C.
8> 1.000 km³MegaeruzioniYellowstone (ultimi 2 milioni di anni), Toba 74.000 a.C.

L’eruzione del Tambora nel 1815 — VEI 7 — fu così potente da abbassare la temperatura globale di circa 3°C, causando quello che nella storia è noto come l'”Anno senza estate”: nel 1816 le colture fallirono in tutto l’emisfero settentrionale, la carestia uccise oltre 90.000 persone in Europa e Asia, e la cenere in atmosfera tingeva i tramonti di rossi così intensi che Caspar David Friedrich e J.M.W. Turner li immortalarono nelle loro opere — senza sapere cosa li causasse.


I segnali precursori: quando il vulcano parla

I vulcani raramente eruttano senza preavviso. Prima di un’eruzione significativa si verificano quasi sempre una serie di segnali che i vulcanologi moderni sono sempre più bravi a intercettare e interpretare. Conoscerli può essere importante anche per chi non è un esperto.

Sciami sismici — sequenze di terremoti di piccola e media intensità concentrate in un’area ristretta. Il magma in risalita frattura la roccia: questi microfratturamenti generano tremore sismico caratteristico, distinguibile dai terremoti tettonici ordinari. La rete di monitoraggio dell’INGV registra in tempo reale ogni minima variazione sismica sui vulcani italiani.

Deformazione del suolo — il magma in accumulo gonfia letteralmente il vulcano dall’interno. Strumenti chiamati tiltmeter e GPS ad alta precisione misurano questi gonfiamenti con una sensibilità di millimetri. Ai Campi Flegrei, il fenomeno del bradisismo — il suolo che sale e scende di centimetri o anche metri nel corso di mesi — è monitorato continuamente come indicatore primario dell’attività magmatica sottostante.

Variazioni nelle emissioni di gas — un aumento del SO₂ e di altri gas vulcanici è spesso uno dei segnali più affidabili di magma fresco in risalita. Gas più profondi vengono portati in superficie dal magma in movimento.

Variazioni termiche — aumento della temperatura delle fumarole, di sorgenti termali, di laghi craterici. Satelliti dotati di sensori infrarossi possono rilevare queste variazioni anche in vulcani remoti o inaccessibili.

In Italia, il sistema di allerta vulcanica ufficiale è gestito dall’INGV — Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia — che monitora 24 ore su 24 tutti i vulcani attivi del territorio. I livelli di allerta vanno da Verde (attività ordinaria) ad Arancione e Rosso (allerta crescente, fino all’eruzione imminente). Conoscere il livello di allerta attuale del vulcano più vicino alla propria zona di residenza è informazione pubblica, accessibile sul sito dell’INGV, e dovrebbe essere un’abitudine per chi vive in zone vulcaniche.


Cosa fare: prima, durante e dopo

Prima: conoscere il piano di evacuazione del proprio comune. In Italia, i comuni in zone vulcaniche hanno piani di protezione civile specifici che identificano le zone di rischio, i percorsi di evacuazione e i punti di raccolta. Questi piani sono pubblici e consultabili online. Registrarsi ai sistemi di allerta della Protezione Civile locale. Avere sempre il serbatoio dell’auto almeno per metà pieno. Preparare il kit di emergenza con tutto il necessario per almeno 72 ore di autonomia.

Durante un’eruzione esplosiva o un’allerta rossa: seguire immediatamente le indicazioni delle autorità. Non aspettare di vedere la colonna eruttiva. Non tornare a prendere oggetti dimenticati. Il piano di evacuazione esiste ed è stato studiato: seguirlo è la scelta più sicura. Evacuare in auto lungo i percorsi indicati dalle autorità — non seguire percorsi alternativi che potrebbero essere bloccati da flussi piroclastici o lahar. Se si è impossibilitati a evacuare in auto, contattare il numero di emergenza e aspettare i soccorsi nel punto più alto e più robusto dell’edificio.

In caso di caduta di cenere: restare in casa con finestre e porte chiuse. Sigillare le fessure con nastro adesivo e panni bagnati. Usare mascherine FFP3 se si deve uscire — la cenere vulcanica inalata causa danni polmonari seri. Proteggere gli occhi con occhiali a tenuta stagna. Non guidare nell’oscurità causata dalla cenere se non strettamente necessario. Dopo la caduta di cenere, rimuoverla dal tetto prima che si accumuli oltre i 10 cm di spessore — il peso può causare crolli strutturali. Non rimuoverla mai con acqua: la cenere bagnata è molto più pesante di quella asciutta.

Dopo l’eruzione: non tornare nelle zone evacuate senza autorizzazione ufficiale. I lahar possono formarsi anche giorni dopo l’eruzione, ogni volta che piove. Le strutture danneggiate dalla cenere possono cedere. Le falde acquifere possono essere contaminate. L’aria può contenere gas tossici in concentrazioni pericolose.


Pinatubo, 1991: 58.000 persone salvate dalla scienza

Il Monte Pinatubo, nelle Filippine, dormiva da quasi 500 anni. Le generazioni di contadini e pescatori che vivevano sulle sue fertili pendici non avevano memoria di eruzioni. Molti non sapevano neppure con certezza che fosse un vulcano. Poi, il 15 marzo 1991, i sismografi installati sul versante cominciarono a registrare qualcosa di insolito: una sequenza di piccoli terremoti, sempre più frequenti, sempre più superficiali. Il Philippine Institute of Volcanology and Seismology — PHIVOLCS — mandò una squadra. Quello che trovarono li allarmò immediatamente: fumarole nuove, terreno gonfiato, gas solforosi in uscita da fratture fresche. Il vulcano si stava svegliando.

Nei due mesi successivi, PHIVOLCS e l’United States Geological Survey — presenti perché a poca distanza dal vulcano si trovava la grande base aerea americana di Clark — lavorarono in condizioni straordinariamente difficili. Il vulcano continuava ad aumentare l’attività. La pressione sulle autorità locali per ritardare o minimizzare le evacuazioni era enorme — i raccolti erano in campo, le aziende aperte, la gente non voleva lasciare le proprie case. Ma i vulcanologi tennero la linea. I dati erano inequivocabili: stava arrivando un’eruzione di proporzioni catastrofiche.

Il 7 aprile cominciò la prima evacuazione, per un raggio di 10 km dalla vetta. Il 7 giugno, con il magma ormai in superficie, il raggio fu esteso a 20 km: 40.000 persone. Il 14 giugno, con l’eruzione imminente, a 30 km: altri 60.000. In totale, nelle settimane precedenti l’eruzione, vennero evacuate oltre 200.000 persone. Fu un’operazione logistica colossale, condotta in parte con mezzi militari americani, in parte con autobus civili, in parte con camion agricoli. Molti resistettero. Molti tornarono indietro, convinti che il pericolo fosse esagerato. Molti degli Aeta — il popolo indigeno che viveva sulle pendici del Pinatubo da generazioni — si rifiutarono di lasciare le loro terre ancestrali.

Il 15 giugno 1991, alle 15:39 ora locale, il Pinatubo eruttò. La colonna eruttiva raggiunse i 35 km di altezza. In nove ore espulse oltre 5 km³ di materiale — la seconda eruzione più potente del XX secolo. I flussi piroclastici scesero per 17 km in tutte le direzioni, seppellendo sotto metri di detriti tutto ciò che esisteva nelle valli intorno alla vetta. La base di Clark fu devastata. Interi villaggi scomparvero. Il tifone Yunya, che colpì l’isola nelle stesse ore, mescolò la cenere con la pioggia trasformandola in un intonaco grigio che fece cedere i tetti di migliaia di edifici. Il suono dell’esplosione fu sentito fino a Singapore, a 2.400 km di distanza. La cenere e i gas immessi nella stratosfera abbassarono la temperatura globale di circa 0,5°C per quasi tre anni.

Il bilancio finale fu di circa 800 morti — un numero enorme in assoluto, ma straordinario considerando la potenza dell’evento. Senza le evacuazioni, i vulcanologi stimarono che le vittime avrebbero potuto superare le 20.000. Il PHIVOLCS e l’USGS avevano salvato decine di migliaia di vite grazie a tre mesi di monitoraggio scientifico, comunicazione onesta con le autorità e coraggio nel mantenere le posizioni contro le pressioni politiche ed economiche. Il Pinatubo 1991 è ancora oggi il caso di riferimento mondiale per la gestione delle emergenze vulcaniche: la dimostrazione che la scienza, applicata con determinazione, può fare la differenza tra la catastrofe e la tragedia contenuta.


Armero, 13 novembre 1985: la tragedia che non doveva accadere

Armero era una città prospera. La chiamavano la “Ciudad Blanca” — la Città Bianca — per i suoi edifici imbiancati a calce, i suoi cotoni pregiati, le sue strade pulite. Trentamila abitanti, un ospedale moderno, scuole, chiese, una piazza centrale animata la sera. Si trovava nella pianura del fiume Lagunilla, nella Colombia andina, a 50 chilometri dal Nevado del Ruiz — un vulcano innevato di 5.321 metri che i locali chiamavano “il Leone Addormentato”. Dormiva dall’1845.

Da settembre 1985, i sismologi colombiani avevano iniziato a registrare un’attività insolita sul Nevado del Ruiz. Il 7 ottobre, una piccola eruzione aveva depositato cenere su Armero. Organizzazioni vulcanologiche internazionali avevano preparato mappe di rischio che mostravano chiaramente il pericolo di lahar per la città: la valle del Lagunilla era stata già inondata da colate di fango vulcanico nel 1845, uccidendo 1.000 persone. Le mappe erano state consegnate alle autorità locali e nazionali. Il governo aveva risposto che non c’era motivo di allarmare la popolazione. Nelle scuole di Armero, ai bambini era stato insegnato che il Nevado del Ruiz non era un vulcano pericoloso. Alla sera del 13 novembre 1985, il sindaco di Armero stava ancora tranquillizzando i cittadini via radio.

Alle 21:09 il vulcano eruttò. Non fu un’eruzione particolarmente grande — VEI 3, relativamente modesta. Ma bastò a fondere circa il 10% della calotta glaciale sommitale, liberando 43 milioni di tonnellate di acqua che si mescolarono con cenere, rocce e detriti per formare quattro enormi lahar. Il principale percorse la valle del Lagunilla a 50 km/h, largo quasi un chilometro, alto come un edificio di quattro piani. Raggiunse Armero alle 23:30 — due ore e venti minuti dopo l’eruzione. In quello spazio di tempo, molti avrebbero potuto salvarsi. Ma le comunicazioni erano state tagliate dalla tempesta. L’ordine di evacuazione, quando finalmente arrivò, non raggiunse quasi nessuno. Il lahar travolse il 85% della città in pochi minuti, seppellendola sotto cinque metri di fango denso come cemento.

Delle 29.000 persone che dormivano quella notte ad Armero, oltre 20.000 morirono. Fu la terza eruzione vulcanica più letale del XX secolo. Non per la forza del vulcano. Per la negligenza umana.


Omayra Sánchez: il volto di Armero

Omayra Sánchez aveva tredici anni. Era nata ad Armero il 28 agosto 1972 e quella notte dormiva nella sua casa con la famiglia. Quando il lahar travolse l’edificio, rimase intrappolata in uno spazio sotto le macerie con l’acqua che le arrivava al collo. Le gambe erano bloccate dal cemento della struttura crollata — e, scoprirono i soccorritori quando finalmente la raggiunsero, trattenute dalle braccia della zia, morta nella stessa posizione, aggrappata a lei fino alla fine.

Per tre giorni — settantadue ore — Omayra Sánchez rimase in quel punto, circondata dall’acqua melmosa che non scendeva, esposta agli elementi, sotto gli occhi dei soccorritori che si succedevano al suo fianco ma non riuscivano a liberarla. Tirarla fuori avrebbe significato amputarle le gambe, un’operazione impossibile senza attrezzatura chirurgica e con l’acqua intorno. Le pompe per abbassare il livello dell’acqua non arrivarono mai — o arrivarono troppo tardi.

In quei tre giorni, Omayra parlò con i giornalisti, con i soccorritori, con chiunque le stesse vicino. Sorrise. Cantò. Chiese da bere. Disse che aveva paura di fare tardi a scuola. Il reporter Germán Santamaría, del quotidiano bogotano El Tiempo, le rimase accanto per ore: le portò bibite gassate e dolci, le tenne la mano, la sentì cantare melodie popolari colombiane nel mezzo del fango. Il fotografo francese Frank Fournier arrivò il terzo giorno: la trovò con gli occhi arrossati, il volto gonfio, le mani bianche per l’insorgere della gangrena e dell’ipotermia. Quando capì che non c’era niente da fare, scattò la fotografia che avrebbe fatto il giro del mondo — quegli occhi neri spalancati, quella dignità impossibile in mezzo alla devastazione. La foto vinse il World Press Photo of the Year nel 1986.

Le ultime parole documentate di Omayra Sánchez furono: «Mamma, se mi senti, prega perché possa camminare di nuovo e perché queste persone possano aiutarmi.» Morì alle 10:05 del 16 novembre 1985, di ipotermia e gangrena. Aveva trascorso settantadue ore nell’acqua senza cedere alla disperazione, senza smettere di sorridere, senza smettere di credere che qualcuno l’avrebbe salvata.

Isabel Allende scrisse in seguito del tormento che quelle immagini le avevano causato: «I suoi grandi occhi neri, pieni di rassegnazione e saggezza, ancora mi perseguitano nei sogni. Scrivere la sua storia non è servito a esorcizzare il suo fantasma.» Armero non fu mai ricostruita. Sui suoi resti, oggi, crescono alberi e arbusti tra le mura semisepolte. I visitatori lasciano fiori sulla croce che segna il punto dove morì Omayra. Si parla, tra alcuni locali, di chiedere al Vaticano di beatificarla. Non per un miracolo. Per quel coraggio.


L’Italia vulcanica: il rischio sotto casa

Il Vesuvio non ha eruttato dal 1944. Ottant’anni di silenzio che molti napoletani interpretano come normalità permanente. I vulcanologi la interpretano diversamente: l’energia accumulata da ottant’anni di quiescenza rende la prossima eruzione potenzialmente più esplosiva di quelle recenti. La “zona rossa” vesuviana — la fascia di territorio che in caso di eruzione grave sarebbe investita da flussi piroclastici — comprende 18 comuni e oltre 800.000 persone. Il piano nazionale di evacuazione prevede il trasferimento di queste persone in 72 ore. È un piano imponente, complesso, mai veramente testato su scala reale.

I Campi Flegrei — la grande caldera vulcanica a ovest di Napoli, sotto cui si trovano Pozzuoli, Bagnoli e parte della stessa città — sono entrati in un periodo di bradisismo sostenuto negli ultimi anni: il suolo si è sollevato di oltre un metro nell’ultimo decennio. L’INGV monitora il fenomeno con centinaia di sensori. Nel 2023, l’allerta fu portata al livello Arancione per la prima volta nella storia del sistema di monitoraggio. Non significa eruzione imminente — i Campi Flegrei potrebbero restare in questa fase per decenni senza eruttare — ma significa che il sistema è attivo e che la preparazione è obbligatorio, non facoltativa.

Per chi vive in zone vulcaniche italiane, il consiglio più pratico e concreto è lo stesso che vale per ogni emergenza: conoscere il piano di evacuazione del proprio comune prima che scatti l’allerta. Sapere quale strada prendere, dove andare, chi chiamare. Avere il kit di emergenza pronto. Avere il serbatoio dell’auto almeno per metà pieno nei periodi di allerta crescente. E fidarsi della scienza: i vulcanologi italiani dell’INGV sono tra i migliori al mondo. Quando parlano, vale la pena ascoltare.


La lezione che i vulcani non smettono di insegnare

Il Pinatubo e Armero sono due facce della stessa moneta. La stessa natura. La stessa potenza. Esiti radicalmente diversi — decine di migliaia di vite salvate in un caso, decine di migliaia di vite perdute nell’altro. La differenza non stava nel vulcano. Stava negli esseri umani: nella loro capacità o incapacità di ascoltare i segnali, di comunicare l’urgenza, di prendere decisioni difficili in tempo.

Omayra Sánchez non poteva salvarsi da sola. Potevano salvarla le istituzioni, con un piano di evacuazione applicato quando i segnali lo richiedevano. Poteva salvarla la conoscenza, se i cittadini di Armero avessero saputo dove vivevano e cosa rischiavano. Potevano salvarla le attrezzature, se le pompe fossero arrivate in tempo. Ognuna di queste cose avrebbe potuto fare la differenza. Nessuna di esse era impossibile.

I vulcani ci insegnano, con la loro brutalità priva di qualsiasi intenzione, una verità semplice: la natura non è in guerra con noi. Ma non sa nemmeno che esistiamo. Siamo noi a dover sapere dove siamo, cosa ci circonda, e cosa fare quando la terra decide di ricordarci, ancora una volta, chi comanda davvero.

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