QUANDO LA TERRA TREMA

Alle 3:32 del 6 aprile 2009, mentre quasi tutti dormono, la terra sotto L’Aquila si muove. Non è una scossa come le centinaia che nei mesi precedenti avevano cullato — e poi illuso — la popolazione dell’Abruzzo. Questa dura trentadue secondi. Magnitudo 6,3. In quei trentadue secondi crollano 20.000 edifici. Muoiono 309 persone. Oltre 1.600 rimangono ferite. Sessantacinque mila perdono la casa.

Trentadue secondi. Meno di quanto ci vuole a leggere questo paragrafo.

È questa la caratteristica più brutale dei terremoti rispetto a qualsiasi altro disastro naturale: non danno preavviso. Non ci sono nuvole che si addensano, non c’è un odore nell’aria, non ci sono sirene che suonano. C’è solo un istante di normalità, e poi il caos. Per questo il terremoto è l’emergenza più difficile in assoluto da cui proteggersi in tempo reale — e quella per cui la preparazione preventiva vale di più.

Ogni anno nel mondo si verificano circa 500.000 terremoti rilevabili, di cui circa 100.000 percepibili dall’essere umano e circa 100 in grado di causare danni significativi. L’Italia è uno dei Paesi a più alto rischio sismico d’Europa: la penisola è attraversata da faglie attive lungo quasi tutta la dorsale appenninica, e la storia geologica del territorio racconta secoli di terremoti catastrofici — il Friuli 1976, l’Irpinia 1980, l’Umbria-Marche 1997, L’Aquila 2009, l’Emilia 2012, il Centro Italia 2016. Non è una questione di se. È una questione di quando e dove.


Come funziona un terremoto: capire per sopravvivere

La Terra è composta da placche tettoniche in costante movimento — lentissimo, di pochi centimetri all’anno, ma inarrestabile. Quando due placche si bloccano l’una contro l’altra per attrito e l’energia accumulata supera la resistenza della roccia, avviene il rilascio improvviso: un terremoto. Il punto sotterraneo dove parte la rottura si chiama ipocentro; il punto sulla superficie direttamente sopra si chiama epicentro. Le onde sismiche si propagano dall’ipocentro in tutte le direzioni, come onde nell’acqua, ma in tre dimensioni.

Esistono tre tipi principali di onde sismiche, e capire la loro sequenza può essere prezioso durante una scossa. Le onde P (primarie) arrivano per prime: sono onde di compressione che si muovono a 6-8 km/s e producono un caratteristico boato sordo, simile a un tuono sotterraneo. Durano pochi secondi ma sono il segnale di avvertimento che precede il resto. Le onde S (secondarie) arrivano subito dopo e sono onde trasversali che producono il tipico movimento oscillatorio da un lato all’altro. Le onde di superficie arrivano per ultime ma sono le più distruttive: si propagano lungo la crosta terrestre e producono movimenti ondulatori e circolari che fanno collassare gli edifici.

La scala Richter — o più precisamente la scala della Magnitudo Momento (Mw), quella oggi usata dai sismologi — misura l’energia rilasciata all’ipocentro. È una scala logaritmica: ogni punto di aumento corrisponde a un rilascio di energia circa 32 volte superiore. Un terremoto di magnitudo 7 rilascia circa 1.000 volte più energia di uno di magnitudo 5. Ma la magnitudo non è il solo fattore che determina la distruzione: contano anche la profondità dell’ipocentro, la distanza dall’epicentro, la geologia locale del suolo e — soprattutto — la qualità delle costruzioni.

Il liquefazione del suolo è uno dei fenomeni più pericolosi e meno conosciuti associati ai terremoti. In terreni sabbiosi o saturi d’acqua, le onde sismiche possono causare una temporanea perdita di coesione del suolo, che si comporta momentaneamente come un liquido. Edifici, strade, infrastrutture possono sprofondare o inclinarsi drammaticamente anche in assenza di crolli strutturali diretti. Il fenomeno fu particolarmente evidente nel terremoto di Christchurch, Nuova Zelanda, nel 2011.


Cosa fare nei secondi della scossa: le regole che salvano la vita

I secondi durante una scossa sono i più caotici e i più pericolosi. Il cervello umano, di fronte a uno stimolo inaspettato e intenso, tende a bloccarsi — il famoso “freeze” della risposta allo stress. Chi ha già interiorizzato cosa fare agisce automaticamente; chi non l’ha fatto spesso rimane paralizzato nel posto peggiore possibile.

Il protocollo internazionale è: ABBASSATI, COPRITI, TIENITI (Duck, Cover, Hold On).

ABBASSATI — scendi sul pavimento immediatamente. Un corpo in piedi è molto più vulnerabile ai movimenti sismici: basta un’oscillazione improvvisa per cadere e farsi male, o per essere colpito da oggetti che cadono. Abbassarsi riduce il baricentro e la superficie esposta.

COPRITI — metti il corpo sotto un tavolo robusto o una scrivania, oppure accanto a un muro portante interno lontano da finestre. Copri testa e collo con le braccia. La maggior parte delle vittime dei terremoti non muore per il crollo diretto dell’edificio ma per essere colpita da oggetti che cadono: librerie, soffitti, vetri, mattoni. Proteggere la testa è la priorità assoluta.

TIENITI — se sei sotto un tavolo, tienilo saldamente con una mano: i mobili si spostano durante la scossa. Se non hai riparo disponibile, rimani dov’è con le braccia che proteggono testa e collo, lontano da finestre e oggetti pesanti.

Cosa NON fare durante la scossa:

Non correre fuori. È uno degli errori più mortali e anche uno degli istinti più forti. Uscire durante la scossa significa attraversare scale, corridoi e soglie mentre l’edificio oscilla — ed essere esposti a calcinacci, cornicioni e oggetti che cadono all’esterno. La stragrande maggioranza delle vittime che muore all’aperto durante un terremoto è stata colpita da materiali che cadevano dagli edifici mentre cercava di scappare.

Non andare al balcone. I balconi sono spesso le strutture più fragili degli edifici e le prime a cedere.

Non usare l’ascensore — né durante né immediatamente dopo la scossa. Il rischio di rimanere bloccati è altissimo.

Non accendere fiamme dopo la scossa: le perdite di gas sono frequentissime nelle prime ore e l’aria potrebbe essere satura di gas infiammabile.

Il mito del triangolo della vita — la teoria secondo cui sopravvivere infilandosi negli spazi triangolari accanto ai mobili al momento del crollo — è stata smentita da ogni organizzazione di emergenza seria al mondo, inclusa la FEMA americana e la nostra Protezione Civile. Questa teoria è pericolosa perché porta le persone a muoversi durante la scossa invece di stare ferme e coperte. Non seguirla.


Se sei all’aperto durante una scossa

Allontanati rapidamente da edifici, alberi, lampioni, linee elettriche e qualsiasi struttura che possa crollare o cadere. Raggiungi uno spazio aperto — un parco, un campo, una piazza — e abbassati a terra, proteggendo testa e collo. Il terreno aperto lontano da strutture è il posto più sicuro durante una scossa.

Se sei in auto, accostare il più rapidamente possibile lontano da ponti, cavalcavia, tunnel, edifici e alberi. Restare in auto con le cinture allacciate. Non scendere dall’auto durante la scossa. Dopo la scossa, procedere con cautela valutando ponti e strade prima di percorrerli.

Se sei sulla costa, dopo una scossa significativa allontanarsi immediatamente verso zone elevate: i terremoti sottomarini possono generare tsunami con tempi di arrivo di pochi minuti. Non aspettare l’allarme ufficiale — il ritiro anomalo del mare è già un segnale sufficiente per correre verso l’interno.


Se sei intrappolato sotto le macerie

Questo è lo scenario che più spaventa — ed è anche quello per cui la preparazione mentale fa più differenza. Chi si trova intrappolato sotto le macerie spesso è vivo e relativamente illeso, ma il panico e le decisioni sbagliate possono trasformare una situazione gestibile in una fatale.

Non muoverti se non sei sicuro della stabilità. I movimenti bruschi possono spostare detriti e causare ulteriori crolli. Prima di muoverti, valuta con calma la situazione: sei ferito? C’è luce? Senti voci? Puoi vedere uno spazio in cui muoverti in sicurezza?

Proteggi naso e bocca dalla polvere di cemento con qualsiasi tessuto disponibile — una maglietta, un fazzoletto. La polvere di calcinacci è altamente nociva per i polmoni e può causare danni seri in poche ore di esposizione prolungata.

Segnala la tua presenza. Non urlare — consuma troppo ossigeno e può farti ingerire polvere. Bussa su tubi, strutture metalliche o pareti con un oggetto: il suono metallico si propaga molto più lontano del suono vocale. Tre colpi ripetuti a intervalli regolari è il segnale universale di “sono qui”. Le squadre USAR (Urban Search and Rescue) usano dispositivi di rilevazione sonora e vibrazionale estremamente sensibili: anche un leggero tapping su una tubatura può essere rilevato a distanza.

Raziona le energie. Stai fermo il più possibile. Muoversi consuma ossigeno, produce calore e può causare sudorazione che porta disidratazione. Se sei in un spazio relativamente sicuro, la cosa migliore è aspettare i soccorsi.

Pensa alla tua mente. L’isolamento e il buio nelle macerie sono psicologicamente devastanti. Concentrarsi su pensieri concreti — la propria famiglia, un piano preciso di cosa fare, contare i propri respiri — aiuta a mantenere la lucidità. Chi rimane mentalmente calmo sotto le macerie ha probabilità di sopravvivenza significativamente più alte di chi cede al panico.


Dopo la scossa: i pericoli non finiscono

La scossa principale è spesso seguita da repliche — aftershocks — che possono essere quasi altrettanto violente. Il comportamento più comune e più pericoloso è rientrare nell’edificio appena la scossa finisce per prendere oggetti personali: molte vittime dei terremoti italiani ed europei sono morte durante le repliche, che avvengono nelle prime ore e nei primi giorni e possono far collassare strutture già compromesse. Non rientrare in nessun edificio senza autorizzazione delle autorità competenti.

Verifica il gas. Se senti odore di gas o noti un sibilo vicino alle tubature, apri le finestre, non accendere niente e esci immediatamente. Chiudi il rubinetto principale del gas fuori casa se accessibile. Le perdite di gas nelle prime ore post-sisma causano incendi e esplosioni secondarie che aggravano enormemente i danni.

Verifica l’acqua. Le condutture idriche sotterranee si rompono frequentemente durante i terremoti. L’acqua del rubinetto potrebbe essere contaminata. Non berla finché le autorità non ne confermano la sicurezza. Usa le scorte del tuo kit di emergenza.

Verifica l’elettricità. Non toccare cavi elettrici caduti a terra. Non usare interruttori se si sospettano danni all’impianto. Se c’è il minimo dubbio, stacca il contatore principale.

Ascolta la radio. Nelle prime ore dopo un terremoto significativo, la radio è spesso l’unico mezzo di comunicazione affidabile — i cellulari si intasano e le torri possono essere danneggiate. Una radio a batteria o a manovella nel kit di emergenza è indispensabile.


Il kit antisismico: cosa preparare prima che sia troppo tardi

La Protezione Civile italiana raccomanda di avere sempre pronto un kit di emergenza per i primi 72 ore di autonomia — il tempo medio prima che i soccorsi organizzati raggiungano la popolazione in caso di evento catastrofico. Questi sono i contenuti essenziali:

  • Acqua — almeno 3 litri per persona per giorno, per 3 giorni. L’acqua è la priorità assoluta.
  • Cibo non deperibile — scatolame, barrette energetiche, cibo liofilizzato. Per almeno 72 ore.
  • Radio a batteria o a manovella — per ricevere comunicazioni ufficiali in assenza di elettricità.
  • Torcia frontale con batterie di riserva — non lasciare mai le batterie nella torcia se non si usa: si scaricano.
  • Kit di primo soccorso completo — cerotti, garze, bende, disinfettante, pinzette, forbici, guanti in lattice.
  • Fischietto — per segnalare la propria presenza sotto le macerie senza sprecare fiato.
  • Coperta termica — leggera, occupa poco spazio, salva la vita in caso di esposizione notturna.
  • Copia dei documenti — carta d’identità, codice fiscale, tessera sanitaria, polizze assicurative, in busta impermeabile.
  • Medicinali essenziali — per almeno una settimana, con le relative prescrizioni mediche.
  • Caricabatterie portatile per il telefono — carico al 100%.
  • Denaro contante — i POS non funzionano senza elettricità.
  • Guanti da lavoro — per rimuovere macerie senza ferirsi.
  • Scarpe robuste — vicino al letto: dopo una scossa notturna il pavimento è spesso coperto di vetri e calcinacci.

Un consiglio pratico spesso sottovalutato: tenere sempre una torcia e un paio di scarpe robusto sotto il letto o immediatamente accanto. La maggior parte dei terremoti italiani più devastanti è avvenuta di notte. Muoversi a piedi nudi su pavimenti coperti di vetri e detriti subito dopo una scossa è pericolosissimo.


Darlene Etienne: 15 giorni sotto le macerie di Haiti

Erano le 16:53 del 12 gennaio 2010 quando la faglia di Enriquillo-Plantain Garden si mosse in modo violento e improvviso. In 35 secondi, un sisma di magnitudo 7.0 trasformò Port-au-Prince — la capitale di Haiti, il Paese più povero dell’emisfero occidentale — in un paesaggio lunare di polvere grigia e cemento. In quegli stessi 35 secondi, tra le centinaia di migliaia di persone sepolte sotto le macerie, una ragazza di sedici anni di nome Darlene Etienne stava facendo la doccia.

Darlene era arrivata a Port-au-Prince solo nove giorni prima, per la prima volta lontana dalla sua famiglia nella campagna di Marchand Dessalines. Aveva cominciato a frequentare il liceo vicino all’Università Saint-Gérard. Quella sera era a casa del cugino, in un quartiere residenziale della capitale. Quando i soffitti crollarono su se stessi, lei si ritrovò intrappolata in uno spazio appena più grande del suo corpo — come essere incastrati tra il sedile anteriore e quello posteriore di un’auto, senza la possibilità di muoversi, come avrebbe descritto in seguito il medico militare francese che la salvò.

Il 23 gennaio — undici giorni dopo il sisma — il governo haitiano dichiarò ufficialmente concluse le operazioni di ricerca e salvataggio. La percentuale di sopravvivenza oltre i tre giorni sotto le macerie è statisticamente vicina allo zero. Le squadre di soccorso straniere cominciarono a smobilitare. I medici e gli esperti di sopravvivenza erano unanimi: non c’era più nessuno vivo là sotto.

Poi, il 27 gennaio — quindici giorni dopo la scossa — alcuni operai che sgombravano le macerie nel quartiere Carrefour Feuilles sentirono qualcosa. Una voce. Debolissima, appena percettibile, ma umana. Chiamarono i soccorsi. Una squadra francese di protezione civile arrivò sul posto e il dottor Claude Fuilla camminò sul tetto crollato, allertissimo. Vide qualcosa: un ciuffetto di capelli neri, polveroso, tra le macerie. Liberò un po’ di detriti. Vide una mano. Vide che si muoveva.

In quarantacinque minuti la tirarono fuori. Era coperta di polvere bianca — sembrava un fantasma. Gli occhi infossati, quasi chiusi. Il polso filoliforme. Il dottor Fuilla dichiarò ai giornalisti: «Non avrebbe passato un’altra notte». I medici della nave ospedale francese Sirocco, dove fu trasportata, descrissero la sua sopravvivenza come «medicalmente inspiegabile». Quindici giorni senza cibo, apparentemente senza acqua — i dottori inviarono una squadra sul luogo del ritrovamento per cercare una fonte idrica senza trovarla. La sua stessa madre, Kerline Dorcant, non aveva mai smesso di cercarla: «Non ho mai pensato che fosse morta. Ho sempre saputo che era viva.»

Darlene Etienne si riprese completamente. Un anno dopo, una giornalista dell’Associated Press la trovò a casa della nonna nella campagna di Marchand Dessalines: stava sorridendo, era tornata a scuola. Ricordava di essere rimasta cosciente e sveglia per tutto il tempo sotto le macerie. Ricordava di sentire le persone passare sopra di lei e di non riuscire a farsi sentire. Ricordava di aver continuato a bussare, piano, per non sprecare energia, nella speranza che qualcuno ascoltasse. Qualcuno, alla fine, ascoltò.


Evans Monsignac: 27 giorni nell’impossibile

Quando il governo haitiano dichiarò concluse le operazioni di soccorso il 23 gennaio, Evans Monsignac era già lì da undici giorni. Ventotto anni, venditore di riso al mercato del centro di Port-au-Prince, era stato travolto dal crollo del mercato esattamente nel momento in cui stava terminando la giornata di lavoro. Non era rimasto schiacciato — aveva trovato uno spazio relativamente vuoto tra i detriti — ma era intrappolato, senza via d’uscita, senza cibo, quasi senza acqua.

Per ventisette giorni Evans Monsignac rimase in quello spazio. Drifting in and out of consciousness — drifting tra la coscienza e il buio. Aveva trovato sul terzo giorno una piccola quantità di acqua che filtrava tra le macerie, forse da una tubatura rotta, forse da pioggia che si infiltrava. Fu quella goccia a tenerlo vivo. Quando gli investigatori tornarono sul luogo dopo il suo salvataggio, trovarono tracce compatibili con la presenza di frutta che poteva essere rimasta nel mercato al momento del crollo — abbastanza per nutrirsi minimamente per qualche giorno.

L’8 febbraio 2010 — ventisette giorni dopo il terremoto, quindici dopo che le operazioni di soccorso erano state ufficialmente dichiarate concluse — due uomini che frugavano tra le macerie del mercato per recuperare oggetti lo trovarono. Era praticamente irriconoscibile: aveva perso quasi un terzo del suo peso, aveva ferite aperte su entrambi i piedi, era delirante. Lo portarono a braccia al presidio medico dell’Esercito della Salvezza. Quando arrivò, continuava a credere di essere ancora sotto le macerie — ci volle quasi un giorno perché la sua mente accettasse di essere in salvo.

Il dottor Dushyantha Jayaweera, medico capo del campo ospedaliero dell’Università di Miami che lo prese in cura, disse: «Non è solo incredibile che sia sopravvissuto. L’incredibile è che lo abbiano trovato. Non si smette mai di cercare le persone care — e quella speranza, alla fine, aveva ragione.» Monsignac è oggi il caso di sopravvivenza umana più lunga mai documentata sotto le macerie di un terremoto. La medicina non ha ancora una spiegazione soddisfacente per come abbia fatto. Lui stesso risponde con una sola parola: «Fede».


Eleonora Calesini e L’Aquila: 42 ore sotto le macerie italiane

Eleonora Calesini aveva ventun anni. Veniva da Mondaino, un piccolo comune della provincia di Rimini, ed era a L’Aquila per studiare all’Accademia dell’Immagine, inseguendo il suo sogno di lavorare nel cinema. Era sorda dall’infanzia — una condizione che aveva imparato a trasformare in determinazione. Viveva in un appartamento condiviso con altri studenti universitari, nel pieno centro storico della città.

Quella notte, come migliaia di altri aquilani, aveva sentito le scosse preliminari della sera prima. Come molti, era rientrata a letto convinta che il peggio fosse passato. Alle 3:32 del 6 aprile 2009 l’edificio crollò. Eleonora rimase intrappolata viva sotto le macerie, in uno spazio abbastanza grande da respirare ma non da muoversi liberamente. La sua coinquilina Enza, che si trovava con lei quella notte, non sopravvisse.

Per quarantadue ore, i Vigili del Fuoco scavarono. La scossa aveva distrutto il centro storico dell’Aquila con una violenza che nessuno aveva previsto con quella portata, nonostante mesi di sciame sismico avessero in qualche modo anestetizzato la popolazione al pericolo reale. Le squadre lavoravano sistematicamente, palmo per palmo, in un silenzio attentissimo — quella tecnica del “minuto di silenzio” durante cui tutti si fermano ad ascoltare, sperando di sentire un suono, un tocco, un respiro tra le macerie.

Dopo quarantadue ore la trovarono. Era viva. Eleonora Calesini sopravvisse senza riportare lesioni permanenti. Anni dopo scrisse un libro sulla sua esperienza — non per fare i conti con il trauma, dice, ma «per non dimenticare, per buttare fuori tutto quello che ho provato, per raccontare la storia dal punto di vista di chi faceva lo studente universitario». Nel libro dedica una sezione intera ai suoi soccorritori. «La paura della notte e del terremoto c’è sempre» ha detto in una delle poche interviste che ha concesso. «Ma il destino ha voluto così. E se lo ha voluto è perché forse oggi, dovevo proprio raccontare questa storia.»

In quella stessa notte, Maria D’Antuono, 98 anni, venne estratta viva dalle macerie della sua casa a Tempera, una frazione de L’Aquila, dopo trenta ore. Aveva trascorso quasi tutto il tempo lavorando all’uncinetto, in quello spazio buio tra i detriti, per non perdere la lucidità. Aveva quasi un secolo di vita sulle spalle. Ne aveva viste troppe per lasciarsi sopraffare da una scossa di terremoto.


Prevenire: le case e i territori sicuri

La differenza tra il terremoto di Haiti del 2010 — 220.000 morti con una magnitudo 7.0 — e il terremoto del Cile del 2010 — 525 morti con una magnitudo 8.8, cioè quasi 500 volte più energetico — non sta nella natura, ma nelle costruzioni e nella preparazione. Il Cile ha norme antisismiche tra le più avanzate del mondo, ingegneri strutturali formati su decenni di eventi sismici, e una cultura della preparazione radicata nella società. Haiti aveva costruzioni fatiscenti in cemento armato di scarsa qualità, senza alcuna norma antisismica, su un suolo geologicamente complesso.

In Italia, la situazione è complessa. Abbiamo norme antisismiche moderne — ma il 70% del patrimonio edilizio è stato costruito prima del 1974, quando non esisteva ancora una normativa antisismica nazionale. La classificazione sismica del territorio italiano è consultabile sul sito della Protezione Civile: verificare in quale zona sismica si trova la propria abitazione è il primo passo concreto per capire il proprio livello di rischio reale.

Alcune misure pratiche che ogni abitante di zona sismica dovrebbe considerare: fissare i mobili alti alle pareti, ancorare librerie e armadi, non appendere oggetti pesanti sopra il letto, conoscere la posizione dei rubinetti principali di gas e acqua, avere sempre un kit di emergenza a portata di mano. Piccoli interventi che non cambiano la struttura dell’edificio ma riducono significativamente il rischio di essere feriti dagli oggetti che cadono — che, come abbiamo visto, sono responsabili della maggioranza delle vittime nei terremoti di media intensità.


La mente durante il terremoto: i secondi che contano

Darlene Etienne ha detto che per quindici giorni sotto le macerie ha continuato a bussare, piano, a intervalli regolari, senza mai smettere di credere che qualcuno avrebbe sentito. Evans Monsignac ha detto che pensava alla sua famiglia — aveva un figlio — e che quel pensiero era l’unica cosa che teneva accesa la sua mente nei momenti più bui. Eleonora Calesini ha scelto di trasformare la sua esperienza in un racconto, in un testimonianza che non andasse perduta.

Tre storie, tre modi diversi di aggrapparsi alla vita. Ma con un elemento comune: nessuno di loro si è arreso. In una situazione in cui ogni parametro fisiologico diceva che era impossibile sopravvivere, la mente ha continuato a inviare al corpo il segnale più semplice e più antico che esista: continua.

E il corpo, in modo che la scienza ancora fatica a spiegare completamente, ha obbedito.

La preparazione al terremoto non è pessimismo. Non è vivere nella paura. È il contrario: è fare le cose giuste prima, così che nel momento in cui la terra trema — e prima o poi trema, in questo Paese — il corpo sappia già cosa fare, mentre la mente è libera di fare la cosa più importante di tutte. Restare calma. E continuare.

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