QUANDO L’ACQUA SALE

Nella notte tra il 16 e il 17 maggio 2023, Giuliana Bordini dormiva nella sua casa di Sant’Agata sul Santerno, in Romagna. Suo marito Giovanni dormiva al piano di sotto. L’acqua entrò in silenzio, veloce, senza che nessuno suonasse campanelli o lanciasse allarmi. Giovanni non fece in tempo. Giuliana sopravvisse. Un anno dopo, seduta davanti a una telecamera per un documentario del Resto del Carlino, disse con la voce strozzata: «A volte mi dico — sarebbe stato meglio se fossi morta anche io. Ho visto il finimondo.»

Quella stessa notte, in Romagna, morivano altre sedici persone. Quasi tutte anziane. Quasi tutte sole. Alcune travolte mentre cercavano di mettere in salvo gli animali. Alcune sorprese nel sonno al piano terra delle proprie case. Ventitré fiumi esondati in quarantotto ore, 36.000 sfollati, danni per quasi dieci miliardi di euro, 1.000 frane. L’alluvione più devastante nella storia moderna dell’Emilia-Romagna — e la più costosa catastrofe naturale mai registrata in Italia.

Eppure quella stessa regione, nell’ottobre 2024, fu colpita di nuovo dal ciclone Boris. E quella stessa notte, a Valencia, Spagna, l’acqua di una DANA — una depressione isolata ad alta quota — cadde a 180 mm l’ora sulle pianure valenciane, trasformando in minuti le strade in fiumi in piena. Morirono 237 persone. Intere famiglie. Intere città.

Le alluvioni non sono diventate più frequenti per caso. La temperatura media globale è aumentata di circa 1,2°C rispetto all’era preindustriale. Ogni grado in più nell’atmosfera significa circa il 7% di vapore acqueo in più — e vapore acqueo in più significa piogge più intense, più rapide, più concentrate nel tempo. Le alluvioni lampo che un tempo duravano ore si esauriscono ora in minuti. I fiumi che esondavano ogni cent’anni esondano ogni cinque. Non è fatalità. È fisica. E la fisica non si negozia.


Due tipi di alluvione: conoscere il nemico

Non tutte le alluvioni sono uguali. La differenza tra i due tipi principali è fondamentale per capire i tempi di preavviso disponibili e le strategie di sopravvivenza appropriate.

Le alluvioni fluviali si sviluppano quando un fiume riceve più acqua di quanta il suo alveo possa contenere — per piogge prolungate nel bacino idrografico, per scioglimento rapido delle nevi, per rottura di argini. Si formano nel corso di ore o giorni, permettendo in teoria un preavviso sufficiente. Il livello sale gradualmente, i sistemi di monitoraggio idrometrico rilevano l’innalzamento, i piani di protezione civile scattano. In teoria. In pratica, come dimostrò Romagna 2023, i tempi possono comprimersi in modo imprevedibile, gli argini possono cedere senza preavviso in punti inaspettati, e le zone più vulnerabili — pianure basse, aree vicino ai fiumi, sotterranei — si allagano prima che chiunque possa intervenire.

Le alluvioni lampo — flash flood — sono la variante più letale. Si producono quando precipitazioni intense cadono in tempi brevissimi su un’area ristretta, saturando il suolo e generando un deflusso superficiale immediato. Non c’è un fiume che esonda lentamente: c’è una strada che in pochi minuti diventa un torrente, un sottopasso che si riempie in secondi, una vallata montana che si trasforma in un canale d’acqua e detriti che scende a decine di chilometri all’ora. Il preavviso disponibile può essere di pochi minuti — o zero. Valencia, ottobre 2024, è il caso più recente e più drammatico: in alcune strade, i testimoni riferirono che l’acqua salì di due metri in meno di dieci minuti.

In Italia, entrambi i tipi colpiscono regolarmente. Le pianure del Po, del Tevere, dell’Arno, del Reno soffrono alluvioni fluviali. Le valli alpine, appenniniche e le aree costiere del sud sono soggette ad alluvioni lampo di particolare violenza — aggravate da un territorio che decenni di cementificazione, abusivismo e mancata manutenzione idrogeologica hanno reso sempre più fragile e impermeabile.


L’acqua in movimento: perché è così pericolosa

Il pericolo dell’acqua alluvionale non è intuitivo per chi non l’ha mai vissuto. L’acqua sembra qualcosa che si può attraversare, schivare, gestire. Non lo è.

La forza dell’acqua in movimento è enormemente superiore a quella che la sua velocità apparente suggerisce. Trenta centimetri di acqua che scorre possono abbattere un adulto in piena salute. Sessanta centimetri sono sufficienti a spingere e trasportare la maggior parte delle automobili. Un metro di acqua corrente esercita sulla carrozzeria di un’auto una forza laterale che nessun conducente può contrastare col volante. Ogni anno, in tutto il mondo, la maggioranza delle morti per alluvione avviene nelle automobili — guidatori che sottovalutano la profondità o la velocità dell’acqua in strada, entrano in un sottopasso o in una depressione già invasa, perdono il controllo del veicolo e non riescono più a uscire dall’abitacolo sommerso.

L’acqua alluvionale è chimicamente e biologicamente pericolosa. Non è acqua piovana pulita: è una miscela di acque fognarie, carburanti, pesticidi, prodotti chimici industriali e agricoli, metalli pesanti e agenti patogeni. Il contatto con la pelle su ferite aperte è sufficiente a causare infezioni gravi. Ingerirla anche in piccole quantità può causare malattie serie. Non guadare mai acqua alluvionale con tagli o abrasioni sulla pelle senza protezione impermeabile.

I pericoli nascosti sotto la superficie. L’acqua torbida nasconde tutto: tombini aperti, buche, ringhiere spezzate, cavi elettrici caduti, vetri rotti, pali. Guadare a piedi in acqua alluvionale anche bassa — anche solo trenta centimetri — può significare mettere un piede in un tombino aperto o su un cavo in tensione senza vederlo.

I sotterranei e i piani interrati sono trappole mortali. L’acqua scende per gravità. Un seminterrato, un garage sotterraneo, un sottopasso si riempiono rapidamente e completamente, senza via di fuga. Aprire la porta di un’auto sommersa in un parcheggio sotterraneo richied una pressione enorme — quasi impossibile da esercitare manualmente contro la colonna d’acqua. Nel parcheggio sotterraneo del centro commerciale Bonaire di Aldaya, vicino a Valencia, i sommozzatori dell’Unità Militare di Emergenza trovarono decine di cadaveri nelle auto: persone che erano scese a prendere la macchina per scappare, o che si trovavano già lì quando l’acqua entrò di colpo. I sub che li recuperarono dissero ai giornalisti: «È un cimitero».


Prima dell’alluvione: prepararsi quando il cielo è ancora sereno

Conoscere il rischio del proprio territorio. In Italia, il portale del Rischio del Ministero dell’Ambiente e la piattaforma IdroGEO dell’ISPRA permettono di verificare se la propria abitazione o il proprio comune si trovano in area a rischio alluvionale. Questa informazione dovrebbe essere nota a ogni residente — non scoperta durante l’emergenza.

Iscriversi ai sistemi di allerta meteo. Il sistema IT-Alert della Protezione Civile invia messaggi diretti sui cellulari in caso di emergenze imminenti nel territorio. I bollettini meteo dell’ARPA regionale e i canali social della Protezione Civile locale forniscono allerte in tempo reale. Seguirli nei periodi di rischio — autunno e primavera in Italia — non è paranoia: è buona prassi.

Proteggere la casa. Se si vive in zona a rischio inondazione: installare paratoie o sacchi di sabbia per le aperture al piano terra; spostare i documenti importanti, i medicinali e gli oggetti di valore ai piani superiori; scollegare gli elettrodomestici dei piani bassi prima della piena; conoscere la posizione del rubinetto principale del gas.

Il kit di emergenza per l’alluvione deve prevedere tutto ciò che normalmente è contenuto nel kit base (acqua, cibo, radio, torcia, documenti, medicinali, denaro contante) con alcune aggiunte specifiche: stivali di gomma impermeabili, guanti impermeabili resistenti, un kit di purificazione dell’acqua, una torcia impermeabile o in sacchetto stagna, e — per chi vive in zone ad alto rischio — un giubbotto di salvataggio o almeno una corda galleggiante.


Durante l’alluvione: le regole che salvano la vita

Non aspettare che l’acqua entri in casa per muoversi. Se scatta un’allerta rossa o un ordine di evacuazione, partire subito — non dopo aver salvato i mobili, non dopo aver aspettato di vedere l’acqua in strada. Ogni minuto di ritardo riduce le opzioni disponibili. Le strade si allagano, i ponti vengono chiusi, le vie di fuga si riducono. I 17 morti dell’alluvione romagnola del 2023 erano quasi tutti persone che avevano aspettato troppo, o che non avevano avuto preavviso — ma le due cose spesso si sommano: l’allerta c’era, ma non era stata presa sul serio.

Non attraversare mai acqua in movimento in auto o a piedi. La regola più importante e la più violata. Se l’acqua copre la strada, fermarsi. Invertire la marcia. Trovare un percorso alternativo o aspettare. Non esiste la valutazione visiva affidabile della profondità o della velocità di acqua torbida su un fondo stradale. Troppi sono morti convinti di poter passare.

Se l’acqua entra in casa, salire — non scendere. Piani superiori, tetto se necessario come extrema ratio. Mai scendere in cantina o in garage. Portare con sé il telefono carico, documenti in busta impermeabile, acqua, una torcia. Sul tetto, creare un segnale visibile — un telo colorato, una luce — per i soccorritori. Non buttarsi in acqua per raggiungere un posto che sembra sicuro a meno che non sia strettamente inevitabile: la corrente è quasi sempre più forte di quanto sembra.

Se si è in auto e l’acqua sale rapidamente attorno al veicolo: abbassare i finestrini immediatamente, ancora prima che l’auto venga sommersa — l’elettronica smette di funzionare non appena l’acqua raggiunge i componenti. Se i finestrini non scendono, rompere il vetro laterale con un attrezzo apposito (i martelletti spezza-vetro costano pochi euro e andrebbero tenuti sempre in auto). Uscire dall’auto quando l’acqua è ancora bassa — non aspettare che l’abitacolo si riempia per equalizzare la pressione, tecnica che funziona in teoria ma è estremamente difficile da eseguire nella pratica in condizioni di panico e corrente.

Mai entrare in sotterranei, garage o sottopassi durante un’alluvione lampo. La regola vale sempre, senza eccezioni. Se si è già all’interno e l’acqua comincia a salire, uscire immediatamente, anche abbandonando l’auto.


Valencia, 29 ottobre 2024: la donna del sottopassaggio

A Benetússer, il 29 ottobre, il cielo era ancora grigio ma non pioveva quando alle 18:30 Toñi García sentì sua figlia affacciarsi al balcone e chiedere: «Mamma, Benetússer può essere allagata?». «Le ho detto di no», ha raccontato Toñi un anno dopo a Euronews. «Se fosse successo qualcosa ci avrebbero avvisato». Nessun allarme arrivò. Alle 19:15 una lingua d’acqua marrone si riversò in strada. «Abbiamo pensato fosse un tubo scoppiato. Mio marito è sceso a prendere la macchina dal garage e mia figlia lo ha seguito. Non li ho più visti. L’acqua è salita di oltre due metri in pochi minuti.» I sommozzatori dell’Unità Militare di Emergenza trovarono il marito e la figlia di Toñi tre giorni dopo. Insieme. Sul fondo del garage.

In quel stesso sottopassaggio di Benetússer, qualcosa di diverso accadde. Una donna — il cui nome non è mai stato reso pubblico — era rimasta intrappolata nella sua auto quando la furia dell’acqua aveva scaraventato le vetture una sull’altra, sovrapponendole fino a seppellire la sua sotto una montagna di carcasse di metallo e fango. Era al buio. Al freddo. Senz’acqua e senza cibo. Circondata dalla devastazione. Per settantadue ore — tre giorni interi — rimase lì.

Il 2 novembre, quando i volontari della Protezione Civile cominciarono a liberare il sottopassaggio spostando le auto accatastate, sentirono qualcosa. Grida. Debolissime ma umane. Il capo della Protezione Civile valenciana, Martín Pérez, interruppe il lavoro di rimozione e annunciò la notizia ai quasi quattrocento volontari radunati nel padiglione di Moncada. Nell’area devastata dove ogni ora arrivavano solo notizie di morti, quell’annuncio produsse un applauso che durò minuti. La donna fu estratta viva e affidata ai servizi sanitari. Era sopravvissuta tre giorni senza cibo né acqua, intrappolata nell’oscurità di un sottopassaggio sommerso, mentre tutto intorno a lei era morte. Non si arrese mai. Gridò finché qualcuno la sentì.


Romagna, maggio 2023: il fango nei ricordi

Mattia Lucatini aveva comprato il capannone della sua scuola di musica — l’Artistation School of Arts di Faenza, storica scuola attiva da dieci anni — all’inizio di aprile 2023, dopo un decennio di affitto. Venticinque giorni dopo, il 2 maggio, l’alluvione portò due metri e mezzo d’acqua nel capannone. Poi il 17 maggio, la seconda alluvione, portò cinque metri. Strumenti musicali, impianti audio, attrezzatura: tutto distrutto. Del capannone rimasero in piedi i leggii per gli spartiti e gli oggetti di ferro. Il palco galleggiava sull’acqua. «Sembrava di essere in un film», ha raccontato Mattia. «Il primo mese l’ho trascorso a spalare fango.»

Lorenzo aveva 33 anni. Era tornato a Faenza nell’estate 2022 — dopo anni a Modena — per stare vicino alla famiglia durante un problema di salute. La mattina del 16 maggio 2023 lui e la sua compagna decisero di andarsene perché il livello del fiume Lamone era alto. Portarono con sé una sola valigia, pensando di stare fuori una o due notti. L’argine del Lamone si ruppe esattamente in via Fratelli Bandiera, davanti a casa loro. L’acqua raggiunse un metro e ottanta. Lorenzo non tornò mai più in quell’appartamento.

Sull’acqua sporca galleggiavano i ricordi: fotografie, cartoline, oggetti di vita quotidiana. È questa l’immagine che più di ogni altra è rimasta nei racconti dei sopravvissuti di quella primavera. Non l’acqua che sale, non il fango che entra. I propri ricordi che galleggiano sull’acqua sporca, irraggiungibili, che si allontanano.

La fotografia che fece il giro del mondo in quei giorni era di Stefano Tedioli: un carabiniere che porta sulle spalle un anziano in un mare d’acqua, in una corsa disperata, mentre intorno altri militari e passanti guardano attoniti. Tutti e tre — il fotografo, il carabiniere e l’uomo salvato — parteciparono poi al documentario «Ho visto il finimondo». Il carabiniere, intervistato, disse che non aveva pensato niente in quel momento. Aveva solo visto un anziano che non riusciva a camminare nell’acqua, e lo aveva preso sulle spalle. «Non c’era altro da fare.»


Dopo l’alluvione: i pericoli non finiscono con l’acqua

Non tornare nelle zone allagate senza autorizzazione. Le strutture danneggiate dall’acqua possono essere instabili. I terreni possono essere saturi e soggetti a frane. Le fogne possono essere intasate o danneggiate. I cavi elettrici possono essere a terra, nascosti sotto il fango.

Il fango è pericoloso quanto l’acqua. Contiene le stesse sostanze tossiche e biologicamente pericolose dell’acqua alluvionale, concentrate. Non toccare il fango senza protezione — guanti impermeabili, stivali, mascherina. Non lasciare che bambini e animali ci entrino a contatto. Lavarsi accuratamente dopo qualsiasi esposizione.

Acqua e cibo contaminati. Dopo un’alluvione, la rete idrica può essere contaminata anche se sembra funzionare normalmente. Non bere acqua del rubinetto finché le autorità non ne confermano la sicurezza. Non consumare cibo che è stato a contatto con l’acqua alluvionale — anche cibi in scatola con etichetta danneggiata o lattine deformate vanno eliminati.

Monossido di carbonio. Come durante i blackout, nelle settimane post-alluvione molte persone usano generatori in ambienti chiusi per pompare acqua o ricaricare dispositivi. Il monossido di carbonio prodotto è incolore, inodore e letale. Usare generatori sempre all’esterno, mai in spazi chiusi o semichiusi.

Il trauma psicologico è reale e richiede attenzione. Chi ha vissuto un’alluvione — anche senza perdite dirette di vite — può sviluppare disturbo post-traumatico da stress, ansia, depressione. Dei 9.222 cittadini romagnoli che usufruirono di trattamenti psicologici gratuiti dopo l’alluvione del 2023, l’80% non rispondeva più ai criteri clinici che indicano la necessità di intervento a soli tre mesi dalla conclusione del percorso. Chiedere aiuto non è debolezza. È parte della sopravvivenza.


Gli Angeli del fango: quando la solidarietà è sopravvivenza

In entrambe le alluvioni — Romagna 2023 e Valencia 2024 — emerse lo stesso fenomeno: migliaia di persone che spontaneamente, senza essere chiamate da nessuno, senza aspettare ordini dall’alto, si mossero verso le zone colpite con pale, secchi, stivali e viveri. A Valencia, il giorno dopo l’alluvione, un’enorme fiumana di volontari armati di scope e pale si incamminò a piedi dal centro città verso i paesi dell’hinterland devastati. Erano così tanti — decine di migliaia — che le strade si intasarono di persone che camminavano per portare aiuto, come i percorsi di evacuazione si erano intasati il giorno prima di chi cercava di scappare.

Un italiano di passaggio a Valencia in quei giorni, rientrato poi all’aeroporto di Fiumicino, disse ai giornalisti: «Eravamo circondati da ragazzi volontari che avevano svuotato i supermercati di scope, secchi, acqua, per andare ad aiutare. Mi hanno ricordato gli Angeli del fango di Firenze.» Gli Angeli del fango di Firenze: i ragazzi che nell’alluvione del novembre 1966 — la più devastante nella storia della città, con l’Arno che sommerse il centro storico sotto sei metri d’acqua — si precipitarono spontaneamente dai paesi vicini a salvare i tesori artistici della città. Non fu organizzato. Non fu ordinato. Accadde perché le persone videro che c’era da fare qualcosa, e lo fecero.

Cinquantasette anni separano Firenze 1966 da Valencia 2024. La tecnologia è cambiata, il clima è cambiato, le città sono cambiate. Ma quella risposta — vedere il disastro, prendere una pala e andare — non è cambiata. Ed è forse la cosa più importante che le alluvioni, insieme a tutta la loro devastazione, continuano a dirci su quello che siamo capaci di fare quando decidiamo di scegliere gli altri invece di noi stessi.


Il territorio che abbiamo costruito: la radice del problema

L’Italia ha il più alto livello di rischio idrogeologico d’Europa: oltre il 91% dei comuni è classificato a rischio frana o alluvione. Ma il rischio non è solo geologico — è anche umano. Decenni di cementificazione delle pianure alluvionali, di costruzione in aree esondabili, di mancata manutenzione degli argini, di deforestazione delle pendici appenniniche hanno moltiplicato in modo esponenziale l’effetto di ogni evento meteorologico intenso. Un suolo cementificato non assorbe la pioggia: la scarica direttamente nei fiumi, saturandoli in tempi molto più brevi di quanto accadrebbe con terreno naturale. Una pianura alluvionale costruita è una zona alluvionata in attesa.

Cambiare questo richiede decenni di politiche, fondi e volontà. Ma nel frattempo, conoscere il rischio del proprio territorio, prepararsi prima che l’emergenza arrivi e agire tempestivamente quando i segnali ci sono — questi sono atti concreti, immediati, alla portata di ognuno. Non cambiano la geologia. Non fermano la pioggia. Ma possono fare la differenza tra chi racconta la storia e chi non c’è più per raccontarla.

Giuliana Bordini di Sant’Agata sul Santerno ha detto che a volte pensa che sarebbe stato meglio morire anche lei. Ha detto anche che racconta la sua storia perché non si dimentichi. Perché il finimondo che lei ha visto non diventi normale. Perché la prossima volta — e ci sarà una prossima volta — qualcuno in più sappia cosa fare. E qualcuno in meno non torni mai più a casa.

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